Vite salvate – Miss “Qualcosa”

miss qualcosa

Siamo onorati di pubblicare questo bellissimo scritto di Ugo Ferrando del Narconon Sud Europa e di Diego Besozzi del Narconon Astore. Lo avevamo pubblicato un paio di giorni fa come commento, ma la storia è così bella e coinvolgente che riteniamo meriti di essere messa in evidenza in forma di articolo.

I ragazzi del Narconon sono un esempio straordinario di dedizione allo scopo – allineatissimo con le mete enunciate da L. Ron Hubbard – di creare una società libera dalle droghe.

Squirrel, giornalisti senza scrupoli, specialisti del gossip, produttori di menzogne non possono nulla davanti a questi fulgidi esempi di cosa può fare uno Scientologist dedicato usando la tecnologia di L. Ron Hubbard. Possono solo rodersi il fegato impotenti.

Etica e Verità


MISS “QUALCOSA”

Il padre di Anna fa sempre di testa sua. È un po' che ci sentiamo al telefono, lui mi chiede dei consigli per aiutare sua figlia io glieli do e poi lui fa tutt'altro. Lei è una giovane e bellissima ragazza, di quelle che tengono l'ombrellino per fare ombra ai motociclisti del MOTO GP, alla partenza delle gare. Insomma fa la modella ed è anche famosa in quanto ha vinto un concorso di bellezza molto prestigioso e adesso è addirittura “Miss qualcosa”, non ricordo cosa di preciso.

Il padre non si aspettava di certo che lei finisse in mezzo alla cocaina, ma in questi ambienti non è difficile partecipare a qualche festino strano, pieno di alcol e cocaina e poi prenderci l'abitudine.

Lui è molto preoccupato, non tanto per la salute della figlia, ma perché lei ha un'agenda piena di impegni lavorativi molto importanti, tipo fare la valletta alla sagra della bistecca dei politici padani o il servizio fotografico per il calendario di Ruote Veloci e non vuole perderli. Sembra che alla carriera della figlia ci tenga più il padre. Lei invece sparisce giorni interi per consumare cocaina dentro qualche motel insieme al manager del momento e quando torna a casa è sempre più dimagrita, fuori di testa ed isterica. Non capisco come alcuni genitori perdano il senso della priorità.

Quindi, lui ha continuato a chiamarmi per avere dei consigli su come avere controllo della figlia in vista di questi lavori. Io gli ho sempre spiegato che “al diavolo il lavoro, quello che conta è la vita di tua figlia” , ma niente. Ho sempre cercato di fare il mio lavoro implorandolo di farmi venire a casa per convincerla ad entrare nel nostro centro prima che le cose peggiorassero inesorabili, ma una volta c'era un imperdibile servizio fotografico per una nota azienda di bijoux di Carpi, un'altra volta qualche boiata simile, e così niente: la figlia continuava a sfondarsi di coca tra un lavoro e un altro.
A volte il programma Narconon dovrebbero farlo prima i genitori.

Solo quando lei ha raggiunto l'apice dello sballo lui finalmente capisce che nulla può contro la dipendenza della figlia e realizza che lei ha bisogno di aiuto. Ma anche qui continua a fare di testa sua. Contro ogni mia indicazione, mi chiama dicendomi che è in macchina con sua figlia che sta dormendo. Lui le ha fatto credere che andranno qualche giorno al mare ed invece vuole portarla al centro in modo che io la convinca a restare.

A me non piace per niente. Queste cose si fanno fatte bene, non con l'inganno. Perché poi si perderà un sacco di tempo a farle capire che lui l'ha ingannata a fin di bene e nello stesso tempo questo può essere usato come scusa per non restare. Come minimo, andrà su tutte le furie.

Sono qui che li aspetto, ma dopo il padre mi sente. È sera e vedo le luci di un auto nel piazzale del centro, sono arrivati. Lei si è appena svegliata, ma non sa niente. Scendono dalla macchina ed io li invito ad entrare dal portone, quello che si affaccia subito al mio ufficio. Lei è reduce da una tre giorni non-stop cocaina, vodka e altri super alcolici ed è estremamente spaesata, mentre si copre con un golfino le spalle. Indossa dei pantaloncini molto corti ed attillati con le infradito ai piedi.

È proprio una bella ragazza, anche se il suo volto è più spigoloso, accigliato e sciupato del normale.
Lui è un omone alto alto, con dei baffi spessi. Li faccio accomodare e mi presento.

Lei ha un'espressione attonita.

“Dove siamo?”

Io sorrido.

“Et voilà! Siamo in un centro di riabilitazione per le tossicodipendenze, benarrivata!”

Mi sento come quelle donne in topless appena uscite a gran sorpresa da una maxi torta di un addio al celibato. Il padre china la testa, si sente un Giuda, per di più non ha neanche i trenta danari in saccoccia.


Lei scatta come una molla dalla poltrona.

“Ma che cazzo volete...?!... Papà sei un bastardo...”

Lo sapevo. Ora sta a me sistemare la cosa tra di loro, penso.


Lei inizia ad accampare un sacco di scuse e ad inscenare un triste teatrino.

“Io non uso la coca, mi fa schifo!! Ma state scherzando...? Io non l'ho mai fatto! Mio fratello avrebbe bisogno, lui sì!! Io odio i drogati! Io non ho mai toccato niente, ma che volete...? Cosa volete insinuare...? Papà diglielo che io sono estranea a queste cose! Io sono una ragazza acqua e sapone...!”

Prima che il padre faccia un clamoroso dietro front, lo sputtano ben bene: ”Guarda che io e tuo padre ci sentiamo regolarmente al telefono da quasi un mese e so benissimo che tu stai usando cocaina, perché la tua famiglia lo sa, tu sai che loro sanno, me l'hanno detto quindi ora lo so anch'io. Vedi Anna... loro sono disperati e vogliono aiutarti, ne va della tua vita e della tua carriera.”  

So quel che faccio... Alla fine, la verità vince sempre.

 Il cerchio si stringe intorno ad Anna che manda tutti a 'fanculo’ ed esce imbestialita dall'ufficio. Forse avrei dovuto usare un approccio più soft. Invito il padre a restare seduto e la seguo fuori, tanto lui farà di testa sua di sicuro.

Cerco di farle capire che nessuno è qui per giudicarla o per dirle che lei è sbagliata e che nessuno potrà costringerla a restare contro la sua volontà, ma che intendo solo fare due chiacchiere con lei, senza impegno.

Lei è in preda ad una nevrosi: “Ci mancherebbe!! Io voglio solo mangiare da Mac Donald e poi andare a dormire perché staremo qualche giorno al mare io e Papà e poi tornerò a casa. Non voglio sentire le tue stronzate! Con tutto il rispetto, però capiscimi...! Stiamo scherzando...? Io in una comunità...? Voi siete fuori!”

“Hai ragione Anna. Anch’io a tuo padre avevo sconsigliato di fare così come ha fatto. Gli avevo proposto di venire io a casa da voi per conoscerti e darti qualche consiglio, ma sai com'è... un genitore si preoccupa e loro sono terrorizzati. D'altronde li stai facendo preoccupare. No...?”

Sto cercando di allentare la presa per farle capire che né io né i miei colleghi intendiamo costringerla a fare alcunché. Lei è meno nevrotica, ma continua come un disco rotto.

“Comunque, ora voglio solo un Mac Donald aperto e tornare a casa mia subito!”.

Mac Donald da più dipendenza di quanto immaginassi, penso. Per parlare continuo a seguirla nel grande giardino del centro perché lei non osa fermarsi: in primis perché è nevrotica e poi per non dover incrociare il suo sguardo con il mio. Finalmente riesco a calmarla, ma lei continua a negare l'evidenza mentre cammina di qua e di la. Poi si volta, torna indietro e di qua e di la e via così, senza tregua.

Cerco di farle capire che in fondo usare cocaina al giorno d'oggi è usuale e che non è certo come uccidere qualcuno o essere pedofili, giusto per farla sentire a suo agio. Gli spiego che anch'io frequento il mondo dello spettacolo e ne ho vista tanta di coca. Che in certi ambienti ormai è considerato normale e che è facile commettere qualche errore e ritrovarsi con il problema. Continuo dicendo che di qui... e di la... e di su... e di giù... sempre nel tentativo di farla sentire tranquilla. Le spiego quello che facciamo, come funziona la riabilitazione. Ma il suo sistema nervoso parla al posto suo.

“Insomma che cazzo vuoi...? Ti ho detto che io non uso cocaina!” Ed io come al solito sfoggio la mia pazienza disarmante: “Sì, ma prima tu mi hai parlato di tuo fratello,... dicevi che lui la usa e magari potrebbe essere utile per te sapere come poterlo aiutare una volta tornata a casa, sai... dopo il Mac Donald.”

“Ah ok, così sì.”

Ora ho una scusa per continuare. Parlerò a lei, per lei, intendendo che lo faccio per il fratello. Certo, è aberrato forte parlare a qualcuno facendogli credere che mi rivolgo ad altri, ma è l'unica cosa da fare, per adesso.

Quindi, torno ad interessarla dicendole che le tossine della cocaina possono rimanere nel corpo per anni anche dopo averne cessato l'uso e che la sudorazione è l'unico modo per espellerle dall'organismo. Le spiego che il desiderio irrefrenabile di assumere cocaina dipende proprio da questi metaboliti o tossine e che se suo fratello, malgrado tutto, non riesce a frenarsi è proprio per questo motivo e non perché vuole essere un drogato. Le dico anche che attraverso una disintossicazione naturale come la nostra una persona può risolvere questo avvelenamento e tornare a splendere come il sole.

Lei ora mi segue e addirittura mi fa delle domande ed entra nello specifico. Mi da anche ragione e capisce tutto, ma continua a sfuggirmi e ora guarda il pavimento, ora dritto in fondo al giardino e non sta ferma. Quindi continuo ancora e ancora.

E ancora.

E ancora.

Una volta terminato il mio discorso, finalmente lei si ferma e mi guarda fisso negli occhi. È la prima volta da quando la conosco. I due secondi successivi sembrano ore. Nel frattempo penso di aver fatto breccia perché lei mi sta guardando ed è molto più tranquilla.

“Sai se in zona c'è un Mac Donald aperto?”.

Ma checcazzo ci mettono in questi hamburger 'sti qua di Mac Donald....? La morfina...!?

Qui occorre sfondare il muro della bugia e metterla davanti a se stessa. O la va’ o...

“Ascolta Anna, capisco che non è facile e che non te l'aspettavi e che questa situazione ti sembra paranormale, ma vedi... tuo padre mi ha ben spiegato che tu sparisci per giorni interi e che quando torni sei uno straccio. Mi ha anche detto che ti ha fatto dei test di nascosto e che sei risultata positiva e che dove abiti tu lo sanno tutti che usi la cocaina. E poi, scusa... ti si legge in faccia...

Son dieci anni che faccio questo lavoro... Caspita! Ma tu vuoi essere aiutata o ti piaci così? Io non ti sto parlando per far contenti i tuoi ma sto parlando proprio a te, qui ed ora. Non sei stufa di svolazzare qua e la senza controllo come una banderuola al vento? E di far morire i tuoi di preoccupazione?”

Lei ora mi guarda negli occhi come non aveva mai fatto.
Ci siamo. Avrà fatto breccia il mio discorso?

Non del tutto direi...

“Come è che ti chiami...? ... Diego...? Vaffanculo Diego!”. Io non riesco a trattenermi e scoppio a ridere mentre lei si volta e corre nell'ufficio da suo padre in cerca di comprensione. Quando rientro lei sta inscenando uno psicodramma nel tentativo di ammorbidire il padre. È incredibile... Parla come quando aveva otto anni. Sembra una bambina veramente. È una sorta di recita che lei evidentemente fa perché con lui ha sempre funzionato.

“Papino, lo sai che ti voglio bene e anche alla mamma. Adesso farò la brava te lo giuro. Esco solo insieme a voi e non urlo più per casa. Te lo giuro papino, andiamo via ti prego. Ho famina, andiamo da Mac Donald, portami via ti prego Papino.”

Sta piangendo ma neanche una lacrima le solca il viso.

Ma è tutto così finto che anche il padre se ne accorge.

“No Anna, adesso stai qui e parli con questo ragazzo perché hai bisogno di aiuto.”

A questo punto la reazione di Anna è da esorcista, il film.
 “Bastardi, rotti in culo...! Tu e la Mamma... è colpa vostra! È tutta colpa vostra! Io mi ammazzo...!”

Le manca solo un po' di vomito verde a spruzzo e ci siamo.

“Scordatelo che resto qua! Scor-da-te-lo! Io torno a casa!! Anche a piedi, non mi interessa...! Fanculo, fanculo, fanculo...!” Lei è paonazza, gli occhi sono iniettati di un liquido magenta. Una vena le sta uscendo dalla fronte ed è così gonfia che ho paura esploda e imbratti l'ufficio.  Esce nuovamente dall'ufficio, questa volta sbattendo la porta.

Il padre d'istinto si alza forse per rincuorarla, ma lo fermo e gli dico di lasciarla andare.

Lui ora è veramente a terra. Telefona alla moglie spiegandole che le cose si mettono male e la moglie gli suggerisce di caricarla in macchina e portarla indietro. È disperato, ha gli occhi lucidi mentre si mette una mano davanti alla bocca. A me dispiace, ma la cosa era partita male dall'inizio. Se solo avesse seguito da subito i miei consigli...

Quindi parlo con l'omone coi baffi e gli spiego che lui deve fare quello che dico io e non di testa sua. Gli dico che questo può essere l'inizio di un percorso che le farà accettare di riabilitarsi. Gli spiego come dovrà comportarsi quando saranno a casa e che questo dovrà essere trasmesso agli altri familiari. Lo invito a tirarsi su che la battaglia è solo iniziata.

“D'ora in poi dovrete essere una squadra se volete aiutarla. Noi ci sentiremo al telefono e io vi darò i giusti consigli per fare in modo che scatti in lei una decisione libera e consapevole di smettere con le droghe venendo qui al Narconon. Ma lei deve fare quello che le dico. Capisco che ci tiene al lavoro di sua figlia ma a quanto pare da quando lei frequenta certe persone che ha conosciuto in questo ambiente è iniziato il tutto. Quindi è prematuro rimetterla lì nella fossa del leoni. Se il suo manager la riempie di cocaina sarebbe buono annullare qualsiasi impegno con lui e trovarne un altro normale... non trova?”

Lui è distrutto: “Si... ha ragione Diego. Farò come mi dice. Al diavolo il lavoro, per adesso.”

Sono passati 20 o 30 minuti e ci siamo quasi scordati di Anna. Ma come un’alba dorata dopo la tempesta, si spalanca la porta dell'ufficio e Anna entra mostrando una totale indifferenza per quanto successo fino ad ora, come se niente fosse.

“Qui è bellissimo, sono tutti stupendi, si sta benissimo e ho deciso che resto, scarichiamo i bagagli.”

Ora ho capito.

Si chiama pazzia.

Una volta dicevano di curarla nei manicomi.

Poi li hanno chiusi.


Segue un minuto di silenzio. Io e il padre ci osserviamo l'un l'altro e ognuno dei due aspetta che l'altro dica o faccia qualcosa. Ma entrambi temiamo di rovinare tutto o peggio di scoprire che lei si sta prendendo gioco di noi.

“Insomma avete capito? Su... Papà non stare lì impalato, non volevi che mi fermassi...? Be’, ecco qua, mi fermo. Qui è bellissimo e si sta benissimo. Ah... Diego... scusa per prima... non ce l'ho con te.”

“Lo so Anna che non ce l'hai con me, non ti preoccupare... nessun rancore da parte mia, anzi... brava che hai deciso!”

Continuo a chiedermi se sia la stessa persona di prima, una gemella identica o se si tratti di pazzia. Ha cambiato personalità quattro volte. Subito la pazza isterica, poi quella tranquilla che lei non c'entra niente, poi la bambina dolce e piangente che non lo fa più, e ora questa specie di normalità che ormai stona. Certo la cocaina ti prende il sistema nervoso e te lo strizza per bene, ma una cosa del genere non l'avevo ancora osservata. Fatto sta che il padre ha subito chiamato la moglie per avvisarla che Anna sarebbe rimasta ed entrambi sono ovviamente sollevati, questa volta gli occhi lucidi sono per commozione.

Io sto scaricando il suo trolley rosa da Miss Qualcosa ed è proprio lì nel piazzale che vedo i miei ragazzi. Si, gli altri ospiti. Noi li chiamiamo studenti perché il programma Narconon si studia.
Sono lì che mi guardano, sorridendo. Qualcuno fischietta, facendo finta di niente.

Uno di loro, quello che era uscito dal carcere da poco, giusto prima di entrare da noi, mi guarda.

“Diego tutto a posto con la ragazza?”

“Si Roberto, ha deciso che si ferma... ma... perché? Ci avete parlato voi?”

“Sai.. una parola io, una parola Alex, un'altra Tiziano, poi è arrivato Michele, poi ancora io... e a quanto pare il lavoro questa volta l'abbiamo fatto noi al posto tuo... vabbè... dai che ti faccio avere la fattura.” E ride.

Scoppio a ridere mentre mi si gonfia il cuore. Questi ragazzi sono grandi. L'hanno vista piangere nel piazzale e sono andati lì a parlarle. Le hanno spiegato i miglioramenti che stavano avendo, che il posto era bello, che nei momenti liberi ci si divertiva pure e che le conveniva restare. Uno di loro in particolare le ha detto che anche per lui era stato difficile decidere ma che ora dopo solo un mese e mezzo non tornerebbe indietro per niente al mondo. Poi Roberto le ha messo una mano sulla spalla e le ha detto di andare dal padre per tranquillizzarlo e di dire, a lui e a me, che si sarebbe fermata. Insomma le hanno dato coraggio e amicizia, senza niente in cambio. E pensare che qualche tempo prima Roberto rapinava le banche a viso scoperto, col taglierino. 

Adoro questi cambiamenti...

Forse era la prima volta dopo tanti anni che qualcuno si rivolgeva ad Anna trattandola come un essere umano e non come una bomba sexy. È proprio così. Lei ha avvertito la magia di questo posto. L'aiuto incondizionato e disinteressato. Si è trovata più a suo agio con questi sconosciuti, talvolta avanzi di galera, rispetto a molta altra gente, magari in cravatta, che diceva di fare i suoi interessi.

Ogni volta imparo qualcosa di nuovo.

L'atmosfera. L'umanità. Il condividere senza vergogna un problema con altri anche diversi da te. Questi sono gli ingredienti che hanno convinto Anna. Più di tante mie spiegazioni tecniche sulla dipendenza e sulle metodologia riabilitativa.

Lei ha visto il risultato negli occhi dei ragazzi, nella loro tranquillità e fratellanza. Meglio di mille parole e di mille specialisti. Stupendo. Far parte di un gruppo così, dico, mi da una carica incredibile. E pensare che qualche settimana prima ero proprio lì, a casa di Alex o di Tiziano, a convincerli con tanto sforzo perché anche loro inizialmente facevano le teste di nocciola, come dice il nostro direttore, con le solite frasi in bocca: 

“Smetto quando voglio.” “No, io non sono un tossico.” “Lo faccio solo ogni tanto.” “Io non c'entro niente.”

“È tutta colpa di .....”

“Sono i miei che sono pazzi.”

Ora, ad essere sincero, l'ingresso di Anna al centro aveva creato un vero e proprio sconvolgimento tra gli ospiti. Si vedevano cose mai viste prima. Studenti che facevano palestra ossessivamente, chi sfoggiava abilità sconosciute fino a quel momento e, tutto ad un tratto, era pieno di chitarristi, atleti, pittori, poeti, giocolieri, maghi e simpatici cabarettisti. Un amichevole bagarre per attirare l'attenzione di Anna la quale più tornava ad essere pulita e più era di una bellezza disarmante.

La cosa bella è che il tutto era fatto senza malizia da parte dei ragazzi. Certo, qualcuno ha preso una scuffia micidiale, ma Anna non ha lasciato spazio a fraintendimenti e presto tutto è tornato alla normalità. A dire il vero, ad Anna uno dei ragazzi piaceva, era un carrozziere di Roma. Anna era tornata se stessa, una ragazza semplice, come tante altre. 

Una volta completato il programma Anna è tornata nella sua città ed è rimasta fedele alle promesse che aveva fatto a se stessa. Ha rinunciato allo spettacolo, alle sfilate e ai concorsi di bellezza, perché lo riteneva un mondo finto e ingessato, pieno di rapporti e relazioni vuote. Oggi lavora in un bar, è fidanzata e vive le gioie e i problemi di una vita che in cuor suo ha sempre voluto.

Roberto invece, lo ricordate? Si, quel ragazzo, ex rapinatore, che aveva aiutato Anna a convincersi... Dopo il suo programma ha scelto di aiutare ed è diventato uno specialista dell'astinenza. Ha aiutato personalmente un centinaio di ragazzi a superare la prima fase del programma Narconon, quella più delicata: la crisi di astinenza. Aiutava notte e giorno, senza tregua. Stava andando molto bene, era felice e si era fidanzato con una nuova e giovane operatrice. Un giorno però vennero a prenderselo i carabinieri per via di alcuni misfatti compiuti anni prima e venuti a galla in seguito. Lui se lo aspettava perché aveva imparato che, come diceva sempre, “prima o poi il conto arriva” .  Fortunatamente il giudice ha tenuto conto del fatto che nel frattempo Roberto si era riabilitato e che come operatore aveva aiutato tanta gente. Rimase in carcere alcuni mesi e poi lo rilasciarono.

Oggi vive con Lucia, la sua ragazza ed hanno un figlio. Anche lui vive una vita normale.

Ma potete credermi, per qualcuno vivere una vita normale è una vittoria straordinaria.

“Non esiste persona viva che non possa dare vita ad un nuovo inizio” 

L. Ron Hubbard da "La via della felicità"

(Grazie ancora a Ugo e a Diego per questo bellissimo racconto) 

Etica e Verità


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